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SE LA GIOIA È UNA QUESTIONE DI SGUARDI.

LETTERA A UNA DONNA STUPENDA.

di padre Bruno de Cristofaro icms

Alla fine, davanti all’altare ci siamo andati davvero, Norina mia. Tu nella bara e io fra i concelebranti. Quell’inverosimile corteggiamento di un prete nei confronti di una novantenne, che ti ha strappato tante risate (e anche qualche risposta infastidita), è finito così.

Ricordo quando dopo una delle mie serenate stupide ti sei messa a canticchiare con aria esilarante: «Che testa malata che ave stu parrino…». Poi capitava che ti guardavo senza dir nulla e tu dicevi: «Perché mi guardi e non favelli? ». E io: «Guardo quanto sei bella». Allora dopo la tua puntuale autoironia: «Capirai quanto sono bedda!», partivi icastica: «Non son bella, non son brutta, non so che cosa sia, faccio a tutti simpatia». E così, senza volerlo e senza alcuna ombra di vanità, mi davi ragione; perché sintetizzavi in due parole il segreto, il cuore, il distillato della tua autentica bellezza, quella che chiunque ti avvicinava ammirava: "faccio a tutti simpatia".

Ora, la simpatia (dal greco sympàtheia), indica la capacità innata di partecipare assieme all’altro (sym) dei suoi sentimenti, passioni, affetti (pàthos). Tale era, ed evidentemente è, la natura del tuo sguardo.

Mi spiego. Non è sbagliato dire che la bellezza di una persona risiede negli occhi o che essi sono lo specchio dell’anima, il punto è che cosa si intende quando lo si afferma. Quando il Signore dice «La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Mt 6,22), non parla del colore degli occhi o della “luce che essi emanano” (come piace dire ai sentimentaloidi), ma che essi guardano in modo diverso. Guardano con semplicità. Questo lo si capisce dal Discorso della montagna: «Beati i puri di cuore perché vedranno Dio» (Mt 5,8). Che significa che solo a uno sguardo semplice (tale era il significato della purezza per i semiti) sarà dato di vedere Dio. A quello stesso sguardo semplice che vede ciò che passa nell’anima del fratello: uno sguardo simpatico si potrebbe dire.

E tutti quelli che ti avvicinavano, lo confermo, ne facevano esperienza. È certo che hai passato momenti brutti. Le sofferenze nella vita non ti sono proprio mancate. E a volte, negli ultimi anni -quelli in cui ti ho conosciuto-, i dolori del corpo hanno provato duramente anche il tuo umore.

Ma non lo hanno mai spezzato. Ivi è il segreto del tuo sguardo: tutto quello che puoi aver passato in novantatré anni non è riuscito a intorbidirlo, a trasformarti in quella cupa mummia sputasentenze che spesso molti di noi diventano ancor prima dell’età adulta.

Ebbene, se dovessi cimentarmi in una analisi teologica della tua simpatia, la sympàtheia noriniana, la tripartirei in questo modo:
1. ALLEGRA SEMPLICITÀ.
Come è possibile, vorrei chiederti, riuscire a guardare sempre il bicchiere mezzo pieno? Con te ho capito che questa espressione non è solo un modo per esemplificare l’ottimismo degli idioti. Essa indica la capacità di accorgersi dell’unica cosa che c’è davvero: l’acqua, per l’appunto. Che la “vuotezza” del bicchiere -al contrario- è proprio ciò che non c’è.
Ripensando a quando, da quella seggiola in refettorio, mi chiamavi raggiante per indicarmi un pettirosso fuori della finestra, direi che a renderti felice bastava la consistenza delle cose. E tu eri sempre così.
La tua allegra semplicità, dunque, non era altro che uno sguardo capace di vedere sempre il BENE RICEVUTO.

2. UMILE OPEROSITÀ.
Che dire dei trent’anni che hai dedicato alla nostra Comunità di Birgi? Di quanti preti ti sei presa cura fra cucina e lavanderia? Quanti di noi -specialmente quelli più in carne- ti sono debitori oggi?
Lo posso dire? Ma si, lo dico anche se non ti piacerà: sei stata la nostra più grande benefattrice. Si, la più squattrinata e insieme la più generosa. Che se non hai mai avuto a disposizione capitali, hai dato però tutto quello che avevi. Tutto. Più di ogni cosa -oltre alle elemosine materiali- in termini di impegno, sudore, fatica. Come la vedova dell’obolo al Tempio.
Lo facevi per quel Gesù che vedevi nel sacerdote, forte di una fede che non si scandalizzava della nostra umana povertà. Ci amavi davvero come figli, senza proclami, senza moine, senza piaggerie. E non ti fermava nulla. A novant’anni volevi ancora andare in cucina a preparare il pranzo e lavare le stoviglie. Se ti perdevamo d’occhio, ti trovavamo in stireria col ferro in mano…
Ma non era una operosità qualsiasi la tua. Lo ripeto, era un’UMILE operosità. Perché non ti ho mai sentito dire neanche mezza parola per vantare ciò che avevi fatto, per avanzare diritti acquisiti, per millantare possessi o prerogative, per pretendere riconoscimenti o targhe. La tua era una donazione senza riserve, senza recriminazioni, senza clausole, senza mormorazioni, senza intrighi.
La tua umile operosità è consistita in uno sguardo che dopo aver visto il BENE RICEVUTO, non perdeva mai di vista il BENE DA FARE. Ecco il punto.

3. ETERNA BEATITUDINE.
Mi è testimone Iddio che quando muore una persona, è quasi impossibile che mi produca in affermazioni così impegnative, ma nel tuo caso l’ho detto e non temo di sbagliare: tu sei andata dritta in Cielo. Senza passare dal Via (che di purgatorio ne hai fatto a sufficienza in Terra).
Ne sono certo proprio perché uno sguardo come il tuo, sempre ammirato e sempre operoso, non poteva essere che lo sguardo di una persona IN GRAZIA DI DIO. Lo sguardo di una persona la cui vita cantava: «Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, e i miei occhi lo contempleranno» (Giobbe 19,26-27).
Così, dopo aver ammirato il BENE RICEVUTO e aver tenuto lo sguardo fisso sul BENE DA FARE, cara Norina, i tuoi occhi contemplano finalmente il BENE PER ESSENZA.

Permettimi di approfittare per un’ultima volta della tua generosità. Te lo chiedo per me e per gli amici dell’Opera: lasciaci in eredità il tuo sguardo. Chiedi al Signore e alla Vergine di donarlo anche a noi.

Ottienici il tuo sguardo perché anche noi, un giorno, possiamo essere accolti in Cielo con la stessa gratitudine con cui sei stata accolta tu.
Arrivederci, Norina bellissima e simpaticissima.

pB

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